La ricerca "intrappolata" in aula

Private Capital Today
In collaborazione con:

PWC

L’Italia, con i suoi 93 atenei e i 12 poli d’eccellenza, quanto è efficiente in termini di produzione scientifica? Quanto investe in R&D ed innovazione tecnologica? Quanta “conoscenza” si traduce in produttività e valore sul mercato?

Secondo il Global Innovation Index 2015, gli investimenti nel campo dell’educazione scientifica ed ingegneristica in Italia sono inferiori rispetto a Francia, Germania e UK. Se in Italia si spende il 4,3% del PIL in Educazione contro il 5% della Germania, il 5,7% della Francia e il 6% di UK, il gap aumenta se si guardano agli investimenti in Educazione prettamente Scientifica: in Italia si registra lo 0,31%, negli altri 3 paesi una media dello 0,6%. Anche la spesa in R&D, se guardiamo ai dati italiani, ci posiziona sotto la media: 1,3% del PIL in Italia, 3%, 2,3% e 1,7% rispettivamente in Germania, Francia e UK. Non è così però se si guarda all’output del lavoro accademico e di ricerca: ritroviamo l’Italia sopra la media per quanto riguarda la produzione di articoli tecnici e scientifici per ricercatore, con 0,51 articoli contro 0,29 e 0,27 di Francia e Germania e 0,46 di UK.

Nonostante si investa meno in educazione, l’output della ricerca scientifica italiana è più efficiente rispetto ai concorrenti. Guardando le fasi che seguono la pubblicazione di scoperte e ricerche scientifiche emerge che, in Italia, il numero di brevetti registrati — primo passo verso la monetizzazione – sono 8.377, 16.506 in Francia, 17.965 in UK. L’Italia inoltre occupa il 57° posto a livello mondiale per numero di collaborazioni tra mondo Business e Università in tema di Ricerca e Sviluppo (Vedi Global Innovation Index 2015). L’innovazione — e “l’efficienza” della produzione scientifica — priva di spinta imprenditoriale, rischia di rimanere confinata all’interno delle Accademie e delle Università.

L’imprenditorialità innovativa è una leva fondamentale per la crescita economica e necessita sia della ricerca scientifica che di una spinta culturale capace di trasformarla in un output tangibile, creando ricchezza e occupazione.

Come si fa ad attivare il “corto circuito” tra ricerca e innovazione?
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