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La fase dello smobilizzo costituisce la parte finale
della sequenza del processo di investimento, una fase
estremamente delicata perché è in questo
stadio che può realizzarsi un guadagno di capitale,
che rappresenta lo scopo ultimo dell'investitore istituzionale
nel capitale di rischio. Tale operatore, infatti, non
rimane per sua natura legato troppo a lungo alle imprese
finanziate (se così non fosse si trasformerebbe
in holding di partecipazione), visto che si propone
come partner temporaneo e che il suo obiettivo finale
è quello di realizzare un capital gain nel medio-lungo
periodo.
Riassumendo le modalità di disinvestimento in
uno schema, esse possono essere distinte nel modo seguente:
1. la vendita delle azioni sul mercato borsistico;
2. la cessione della partecipazione a un socio di natura
industriale (trade sale);
3. la cessione della partecipazione a un altro operatore
di private equity o venture capital (replacement e secondary
buy out)
4. il riacquisto della partecipazione da parte del socio
originario (buy back);
5. l'azzeramento della partecipazione a seguito di fallimento
(write off).
La scelta del canale di disinvestimento, seppur indicativamente
già definita al momento della negoziazione, deriva
da una serie di fattori legati alla tipologia dell'impresa
target (dimensioni, settore di attività, caratteristiche
organizzative ecc.), ai risultati raggiunti attraverso
la collaborazione tra investitore e imprenditore, a
elementi congiunturali, nonché alle specifiche
volontà e preferenze di tutti gli shareholders.
Di fatto, nessuna delle vie sopra indicate è
realmente programmabile con un grado di certezza assoluta:
tutto dipende dalla qualità del lavoro svolto
e dal suo successo.
La quotazione dei titoli della società partecipata
su un mercato regolamentato rappresenta, nella maggior
parte dei casi, la più ambita via di dismissione
della partecipazione da parte dell'investitore istituzionale.
I principali vantaggi riconducibili alla dismissione
tramite IPO sono attribuibili ai seguenti fattori:
- la possibilità di spuntare un prezzo più
alto (estremamente dipendente da elementi esogeni);
- la maggior facilità di incontrare le preferenze
del management dell'impresa;
- la possibilità di un guadagno ulteriore derivante
dall'incremento del valore, post quotazione, delle azioni
rimaste in portafoglio dell'investitore
istituzionale.
Sul fronte opposto, i principali svantaggi sono rappresentati
da:
- la dimensione dei costi, maggiore rispetto ad altre
alternative di dismissione;
- le clausole di lock up che impediscono agli investitori
presenti nella compagine azionaria prima della quotazione
di cedere immediatamente tutte le
partecipazioni detenute;
- l'illiquidità di molti mercati europei;
- la necessità, affinchè l'IPO vada a
buon fine, di attrarre un vasto numero di investitori;
- il fatto che tale opzione sia, in realtà, impercorribile
per alcune piccole imprese.
Allo stesso tempo, tuttavia, l'ammissione al listino
ufficiale di Borsa non è un processo semplice
per le imprese minori e, quindi, tale canale può
essere inserito in un'ottica di medio-lungo termine,
come modalità avente un ragionevole grado di
certezza, solo per quelle società che hanno già
raggiunto un certo sviluppo e una certa maturità.
Nell'ambito della gamma delle possibilità di
disinvestimento, la modalità internazionalmente
più diffusa è comunque rappresentata dalla
cessione delle quote della partecipata a nuovi soci
industriali, o dalla fusione con altre società.
I principali vantaggi riconducibili a questa tipologia
di dismissione sono attribuibili ai seguenti fattori:
- gli acquirenti possono pagare un prezzo maggiore,
riconducibile al premio attribuibile all'importanza
strategica che ha per loro l'acquisto
dell'impresa target;
- è possibile liquidare immediatamente il 100%
della partecipazione posseduta;
- si tratta di un'operazione più economica, veloce
e semplice rispetto a un IPO;
- a volte è l'unica opzione per alcune imprese
minori;
- è necessario convincere un solo soggetto acquirente,
anziché l'intero mercato.
In termini di svantaggi, invece, si sottolineano i seguenti:
- spesso il management dell'impresa target è
contrario all'operazione;
- in alcuni paesi non ci sono molti trade buyers;
- alcuni investitori istituzionali non sono disposti
a concedere le garanzie tipicamente richieste dagli
acquirenti.
Oltre alla possibilità di quotazione in Borsa
dell'impresa partecipata e al trade sale, altre importanti
tipologie di disinvestimento sono rappresentate dalla
vendita a un'altra istituzione finanziaria e dal riacquisto
delle quote da parte del management o degli altri azionisti.
L'azzeramento (write off) della partecipazione a seguito
della sua totale perdita di valore non rappresenta di
fatto una vera e propria modalità di disinvestimento,
in quanto non contiene alcun elemento discrezionale
da parte dell'investitore.
Il caso di cessione ad altro investitore istituzionale,
situazione in passato poco frequente, rappresenta di
fatto una tipologia di way out che si sta diffondendo
sempre di più, in particolar modo nelle ipotesi
di secondary buy out, quando, cioè, è
una quota di maggioranza o addirittura l'intera azienda
che passa di mano da un investitore a un altro.
Il riacquisto della quota dell'investitore istituzionale
nel capitale di rischio da parte dell'imprenditore è,
invece, una modalità di cessione della partecipazione
spesso prevista contrattualmente fin dall'inizio dell'intervento
partecipativo, affidandone l'attivazione all'imprenditore
(call) o all'investitore (put) e può rappresentare
un'alternativa offerta all'imprenditore qualora questi
non voglia intraprendere un processo di quotazione o
cessione della propria quota.
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